Friuli Venezia Giulia

Perde 2 dita nell’impastatrice ma per l’Assicurazione la “colpa” è del chirurgo

Perde le falangi di due dita a causa di un infortunio sul lavoro ma la sua assicurazione non le riconosce l’amputazione totale perché la menomazione non è il frutto “dell’incidente in sé” ma della “regolarizzazione chirurgica”.
Non bastasse ciò che ha patito fisicamente, è un diniego illogico, umiliante e pure offensivo quello che da mesi Crédit Agricole oppone alle legittime richieste di indennizzo di una donna, una lavoratrice di 45 anni di Talmassons (Ud), andata incontro a uno degli infortuni più frequenti quando si maneggiano macchinari pericolosi, datati e non più in linea con le recenti normative di sicurezza.


La 45enne il 19 novembre 2019 sta operando in un’impastatrice per confezionare il burro nell’attività casearia della zona per la quale lavora da dieci anni e mentre lava la “panettatrice” con dell’acqua, come ha fatto migliaia di volte, con l’ausilio di una gomma, il macchinario risucchia il tubo e con esso le dita della mano sinistra (la signora è mancina).
La lavoratrice chiede aiuto, nonostante il dolore recupera i due pezzetti di dito finiti nel macchinario e tampona le ferite in attesa dell’ambulanza del 118, allertato da un collega: intervengono poi lo Spisal di Gemona e i carabinieri di Mortegliano.
L’operaia entra al pronto soccorso di Udine dove le riscontrano un “trauma da lavoro con amputazione da strappamento apice secondo e terzo dito e ferita lacero contusa al quarto” e la trasferiscono in Ortopedia e Traumatologia.


Qui il chirurgo, preso atto che “non è possibile eseguire il reimpianto” delle parti amputate, procede a “regolarizzare alla F3 (alla terza falange, ndr) secondo e terzo dito e a suturare il quarto”: il trauma ha provocato una lesione vascolo-nervosa che non si può sanare se non con l’amputazione chirurgica completa del poco che resta dell’ultima falange delle dita, intervento necessario non tanto per motivi estetici ma per ragioni mediche, di cura della ferita e funzionalità della mano.
Per la donna inizia un lungo calvario, torna ripetutamente in ospedale, per rimuovere i punti e per le periodiche medicazioni: a fine dicembre accusa una “infezione da sutura”.
Resta in infortunio fino al 5 marzo 2020, quando l’Inail chiude la pratica riconoscendole un’invalidità permanente del 7%.


Il 20 giugno, a stabilizzazione dei postumi, il medico del lavoro constata che permane ancora un’impotenza funzionale alla “prensione”, e nel suo giudizio di idoneità avanza controindicazioni per la movimentazione manuale dei carichi e l’esposizione a basse temperature, raccomando di variare la tipologia delle attività dell’addetta. Insomma, una bella botta.
Non bastasse, l’operaia deve subire tante amarezze.
La questione principale non riguarda la pratica con l’azienda relativa all’incidente, ma la polizza infortuni personale che l’operaia, con preveggenza, aveva stipulato con Crédit Agricole, per un premio annuo, regolarmente pagato, sui 200 euro.

Il contratto prevede la liquidazione di un tantum a seconda del tipo di lesione e contempla sia il caso della frattura alle falangi sia la loro amputazione completa.
Studio3A-Valore S.p.A., a cui la lavoratrice si è affidata, presenta la richiesta danni alla compagnia chiedendo nulla più di ciò di cui la propria assistita ha diritto: la cifra prevista per l’amputazione completa di due falangi e per la loro frattura.
Ma su questa somma non certo colossale, nell’ordine di alcune migliaia di euro, Crédit Agricole, che non ha praticamente fornito alcuna assistenza alla propria assicurata dopo la denuncia dell’accaduto, “monta”, secondo lo Studio 3A, “un caso di stato”.


Non le basta tutta la documentazione fornita, più che sufficiente a comprovare le lesioni, apprezzabili anche dalle foto: chiede continue integrazioni di documenti, soprattutto sui riscontri clinici, vuole gli accertamenti strumentali, radiografie…
Le viene fornito tutto, ma alla fine la sua offerta onnicomprensiva per chiudere il sinistro è di poche centinaia di euro, riconoscendo solo la frattura.
Studio3A è costretto a presentare due reclami all’Ivass, l’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni, ma la compagnia li riscontra ribadendo la sua posizione, dopo aver sottoposto il caso al suo medico centrale.
E qui è la giustificazione addotta fa arrabbiare la vittima dell’incidente.


La tesi di Crédit Agricole, per citare la risposta, è che l’infortunio in sé “non ha determinato l’amputazione netta delle falangi distali delle due dita bensì solo una amputazione parziale.
L’amputazione delle falangi distali venne eseguita con intervento chirurgico di regolarizzazione”.
Secondo la compagnia, “la valutazione dell’infortunio, al fine di indennizzare le lesioni patite, dovrà essere effettuato sulla scorta degli esiti post-traumatici cioè di quanto evidenziato al primo controllo radiografico e non dopo il trattamento chirurgico di regolarizzazione del moncone della falange.
Pertanto, a termini di polizza, si potrà liquidare la frattura e non l’amputazione delle falangi distali”.


Poco importa che quella regolarizzazione, come detto, fosse necessaria e chiaramente connessa al trauma da lavoro e che il risultato di quell’incidente sia che oggi la donna ha totalmente perso due falangi.
Una posizione che contrasta con il buon senso e l’evidenza, ma per quanto la somma in questione sia esigua, non fosse che per una questione di principio e di tutela generale dei danneggiati, Studio3A è pronto a salvaguardare i diritti della sua assistita anche per le vie legali.

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