Veneto

Maggio: riparte il lavoro in Veneto. Le assunzioni tornano sui livelli del 2019. Ripartono commercio e turismo

Nel mese di maggio si è registrato in Veneto un saldo occupazionale positivo per circa 21.200 posizioni di lavoro dipendente, un risultato molto positivo non solo rispetto al maggio 2020, che si era chiuso con un +4.800, ma anche al 2019, il cui saldo mensile aveva fatto registrare un +17.300.

In miglioramento anche il bilancio occupazionale dei primi cinque mesi dell’anno, pari a quasi 39 mila posizioni lavorative guadagnate, ancora lontano dalle +61.000 registrate nel 2019 ma incomparabile con quello negativo del 2020 (-4.500).

Il volume delle assunzioni è tornato sui livelli del 2019, riducendo il gap ad appena il -2% (53.000 in confronto alle 54.000 del 2019).
È l’effetto delle riaperture, che hanno consentito di recuperare in maggio buona parte della domanda di lavoro venuta a mancare nei mesi precedenti, soprattutto nei settori del commercio e del turismo.
A crescere sono prevalentemente i contratti a tempo determinato, la tipologia di lavoro più penalizzata dalle chiusure, e a beneficiarne sono donne e giovani, essendo le categorie maggiormente interessate da questi contratti. L’effetto delle riaperture è evidente anche analizzando l’andamento del lavoro intermittente (o a chiamata), particolarmente diffuso nei settori finora più penalizzati, che a maggio ha registrato un’impennata delle attivazioni (+67% rispetto al 2019). In leggera ripresa anche i tirocini.

Considerando l’intero periodo gennaio-maggio, la flessione della domanda di lavoro si è mantenuta su livelli più elevati (-28%), concentrandosi principalmente nei settori più a lungo rimasti soggetti a restrizioni, quali turismo e commercio, ma non ha risparmiato quelli manifatturieri, segnale degli effetti di “congelamento” che hanno interessato il mercato del lavoro veneto anche nei primi mesi del 2021.
Agricoltura e costruzioni hanno mantenuto andamenti sostanzialmente positivi che si sono intensificati ed estesi all’intera economia a partire dal mese di aprile. In calo anche le cessazioni, che nei primi cinque mesi dell’anno sono diminuite del 25% rispetto al 2019 e del 12% rispetto al 2020.

Le province che continuano a pagare il prezzo più alto alla crisi sono quelle a maggiore propensione turistica, quali Venezia e Verona.
Il saldo dei primi cinque mesi dell’anno è positivo in tutti i territori, così come ovunque si mantiene però significativa la flessione della domanda di lavoro rispetto al 2019, con punte del -47% nella provincia di Venezia e del -28% in quella di Verona.
Variazioni più contenute a Padova (-19%), Vicenza (-18%), Treviso (-16%) e su valori minimi a Belluno (-8%) e Rovigo (-4%).
Nel mese di maggio in tutte le province le assunzioni sono tornate quasi sui livelli del 2019, con un recupero maggiore nelle province di Rovigo e Verona.

Con uno sguardo più di lungo periodo, si può osservare come dall’inizio della pandemia si contino oggi circa 16 mila posizioni lavorative in più, sempre con riferimento ai tre contratti di lavoro dipendente principali (tempo indeterminato, tempo determinato e apprendistato).
Il risultato, disomogeneo per settori e territori, sconta comunque l’utilizzo massiccio della cassa integrazione e il divieto di licenziamento, misure che hanno contribuito a limitare la perdita di posti di lavoro nel periodo di crisi.

A livello territoriale, Belluno è l’unica provincia in terreno negativo (-4 mila posizioni lavorative), penalizzata dalla cancellazione della stagione turistica invernale e dai problemi dell’occhialeria, mentre dal punto di vista settoriale si segnalano, in positivo, costruzioni (+4.200), agricoltura (+5.800) e servizi non turistici (+10.400), mentre in negativo il turismo (-2.800) e il manifatturiero (-1.500), per il quale l’andamento positivo di metalmeccanico, farmaceutica e prodotti per l’edilizia non si è rivelato sufficiente a compensare le perdite del sistema moda e, appunto, dell’occhialeria.

Anche sul fronte economico il mese di maggio sembra poter rappresentare un punto di svolta: l’Istat ha rivisto infatti al rialzo le previsioni sul Pil nazionale, previsto al +4,7% nel 2021 e al +4,4% nel 2022, e indica una forte ripresa sia delle esportazioni che dell’occupazione.

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