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Le mani sulla città di Rosi mercoledì all’Auditorium Spazi Bomben

Mercoledì 12 febbraio alle ore 21, prende il via, nell’auditorium degli spazi Bomben di Treviso, il secondo ciclo di proiezioni della rassegna cinematografica Paesaggi che cambiano, organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche.
I cinque titoli in programma fra febbraio e aprile proseguono la riflessione sulle conseguenze delle azioni umane sul sistema Terra, avviata nella prima parte della stagione.

Dopo una sorta di prologo, Le mani sulla città (1963), il programma si concentra sulla vita e sui sogni delle persone (poiché di questa miscela è fatto un film) al tempo dell’Antropocene, partendo dalla consapevolezza diffusa della necessità di un cambio di paradigma. I quattro titoli, realizzati tutti nel terzo millennio, rappresentano un campione in cui la fantascienza conserva memoria della lotta di classe (Snowpiercer, 2013), la terra dell’abbondanza è soggetta alla speculazione (Promised Land, 2012) e i suoi abitanti rifiutano la comunità (Senza lasciare traccia, 2018): solo dai giovani potrà iniziare la ricerca di nuovi orizzonti (La quinta stagione, 2012).

Racconta Luciano Morbiato, curatore del ciclo insieme a Simonetta Zanon: «In principio, nell’età del positivismo, ci furono i romanzi avveniristici di Jules Verne, poi vennero i romanzi utopici e distopici, da William Morris a Orwell (1984), e infine la fantascienza, passata direttamente dalle pagine dei romanzi allo schermo, grazie ai trucchi, gli “effetti speciali”, che a partire da Georges Méliès caratterizzano il cinema. La fantascienza riguarda un futuro in cui prevalgono gli aspetti negativi, in cui i sogni dell’umanità su conquiste, sviluppo, progresso si rivelano più spesso degli incubi; soprattutto, il pericolo viene dall’esterno, dallo spazio, da creature che non conosciamo e che immaginiamo aliene e malvage (salvo il tenero ET). Poi, dalle storie siamo tornati, nel 1989, alla Storia e al presente, risvegliandoci nel bel mezzo della “sesta estinzione”. Il cinema sembra essersi accorto tardi di questo cambiamento di prospettiva – solo nei film documentari di allerta e di denuncia siamo arrivati al nuovo ritratto di gruppo dell’umanità sullo sfondo di un pianeta disastrato, e all’Antropocene – e ora deve recuperare, passando dai baccelli criptocomunisti dell’Invasione degli ultracorpi (1956) ai replicanti di Blade Runner (1982). La rassegna “Paesaggi che cambiano” offre il suo contributo proponendo, in questo secondo ciclo di proiezioni, anche lo sguardo del cinema “narrativo” sull’attuale crisi climatica».

Film in programma:

Mercoledì 12 febbraio ore 21
Le mani sulla città di Francesco Rosi (Italia, 1963, 105’)
Denuncia e documentazione coniugate in un film ammirevole per la lucidità e la speranza che scaturiscono da una vicenda al cui centro sono speculazione e corruzione; dopo Salvatore Giuliano (1961), Francesco Rosi replica un affresco, rigorosamente in bianco e nero, come nelle inchieste giornalistiche, su un nervo scoperto della Repubblica, della vita di una grande città (che non viene nominata, pur se riconoscibile). In questo racconto esemplare, quasi un reportage sull’Italia del boom economico, l’ambiente e i personaggi (senza scrupoli, come Nottola, interpretato da un sanguigno Rod Steiger, o combattivi come il consigliere De Vita, interpretato dal sindacalista Vito Fermariello) rinviano alla cronaca del tempo, ma anche alle costanti della storia italiana: politica ed economia si sostengono a vicenda e si coprono, grazie alla carenza del controllo dei cittadini e della società civile.

Mercoledì 26 febbraio ore 21
Promised Land di Gus Van Sant (USA, 2012, 105’)
La “terra promessa” è quella di una non specificata zona agricola degli USA i cui abitanti, proprietari coltivatori in crisi, vengono contattati da una compagnia che estrae idrocarburi attraverso il fracking perché vendano i loro campi, ormai in perdita, con la promessa di realizzare guadagni altissimi. Quella che in geotecnica è la fratturazione idraulica venne usata già dal 1947 dalla Standard Oil, ma solo recentemente è stata estesa a molte aree di Stati Uniti e Canada (Alberta, in particolare) per facilitare l’estrazione di petrolio e gas dagli scisti bituminosi, sconvolgendo superfici e profondità e diffondendo nelle acque e nel suolo metalli pesanti, ritenuti responsabili dell’aumento di patologie (dai tumori alla sterilità). Il film di Gus Van Sant, alla cui sceneggiatura ha collaborato anche l’interprete Matt Damon, è un tipico esempio di cinema dell’impegno civile, genere che Hollywood coltiva da sempre.

Mercoledì 11 marzo ore 21
Snowpiercer di Bong Joon-ho (KOR, USA, FRA, CZE, 2013, 125’)
Il festival di Cannes 2019 è stato vinto da Parasite del (sud) coreano Bong Joon-ho, un film grottesco in cui i rapporti di classe sono al centro della storia raccontata, così come in questo fantascientifico Snowpiercer, tratto da un fumetto post-apocalittico francese. Siamo nel 2031 (il 2013 rovesciato?) in piena era glaciale, causata da esperimenti per fermare il riscaldamento globale, ovviamente falliti: un treno alimentato da un “motore perpetuo”, e in perpetuo movimento, accoglie i sopravvissuti, che formano un microcosmo diviso in classi, occupando vagoni diversi, ma creando una situazione che non può che portare alla lotta di classe e a una rivolta… Per il giovane cinema coreano si è trattato di una mega produzione, anche per il ricorso ad attori occidentali (gli inglesi John Hurt e Tilda Swinton, l’americano Ed Harris…) e la realizzazione negli studios di Praga: it’s the globalization, stupid!

Mercoledì 25 marzo ore 21
Senza lasciare traccia di Debra Granik (USA, 2018, 109’)
Dopo Un gelido inverno (2010), di nuovo in collaborazione con la sceneggiatrice Anne Rosellini, la regista Debra Granik torna alla storia (da un romanzo di Peter Rock) di una adolescente che affronta con determinazione le gravi difficoltà di crescere in una famiglia disastrata: la tredicenne Tom (dal nome della giovanissima interprete Thomasin McKenzie, una rivelazione!) vive letteralmente alla macchia, in un parco dell’Oregon, con il padre Will, un veterano della guerra in Iraq con disturbi post-traumatici, che rifiuta la società.
L’esperienza di documentarista permette alla regista di trasmettere allo spettatore la sensazione dell’isolamento nella natura, né benefica né ostile, ma indifferente ai drammi umani, esaltando in questo modo la sofferta maturazione di Tom. La critica anglo–americana ha giudicato il film, presentato al Sundance Film Festival e a Cannes, tra i 10 migliori del 2018.

Mercoledì 8 aprile ore 21
La quinta stagione di P. Brosens e J. Woodworth (BEL, NLD, FRA, 2012, 93’)
Nel 2006 la coppia (anche nella vita) Brosens–Woodworth aveva vinto a Venezia il Leone del futuro con Khadak, un film girato in Mongolia; nel 2009 era arrivato Altipiano, ambientato in Perù: con La quinta stagione si conclude la trilogia imperniata sul rapporto dell’uomo con la natura, dato che il più recente, Un re allo sbando (2016), è una riflessione sulla storia del Belgio. La “quinta” stagione è quella che non abbandona una zona delle Ardenne, impedendo l’arrivo della primavera: la legna del tradizionale falò (equivalente del panevìn) non prende fuoco, mentre altri segni tragici si aggiungono, terrorizzando gli abitanti, che si incattiviscono e si chiudono, invece di unirsi e divenire solidali, come qualcuno consiglia. Per la coppia di adolescenti, Alice e Thomas, arriva invece la stagione della scoperta e del desiderio, e sarà forse l’unica speranza in una comunità senza prospettive.


Auditorium spazi Bomben, Fondazione Benetton, via Cornarotta 7, Treviso, T 0422 5121, www.fbsr.it
Ingresso unico 5 euro. Serata inaugurale a ingresso libero. Prevendita: Fondazione Benetton, via Cornarotta 7, Treviso (lun–ven ore 9–13, 14–17) o su www.liveticket.it

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