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La morte bianca al cementificio di Fanna/La Procura chiede il rinvio a giudizio per 2

Il Pubblico Ministero della Procura di Pordenone dott. Federico Facchin, al termine delle indagini preliminari del procedimento penale per il decesso di Donato Maggi, ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di omicidio colposo per due figure apicali della ditta per la quale il giovane operaio “interinale” aveva appena iniziato a lavorare, la Friul Montaggi srl, oltre che per la stessa azienda, con sede a Porpetto (Udine): Dionisio Trevisan, 69 anni, di Precenicco (Ud), dirigente e responsabile del cantiere “incriminato”, e Aldo Bertoia, 50 anni, di Latisana (Ud), in quanto titolare di fatto e datore di lavoro.

In relazione alla richiesta il Gip del Tribunale pordenonese, dott. Rodolfo Piccin, ha fissato per il 15 giugno 2020, alle 9.00, presso il palazzo di Giustizia di Piazza Giustiniano, l’udienza preliminare di un processo da cui i familiari della vittima e Studio3A, che li supporta, si aspettano giustizia.

L’infortunio mortale accaduto il 7 agosto 2018 ebbe vasta eco, anche per il luogo dove accadde, il cementificio di Fanna, nel Pordenonese, della Buzzi Unicem, colosso del settore con diecimila dipendenti in 14 Paesi e un fatturato di 2,8 miliardi.

Inizialmente era stato indagato anche il direttore dell’impianto, Franco Bruno Bombarda.
Maggi, che era originario di Carosino, in provincia di Taranto, e che si era sposato da soli cinque mesi con la moglie Elisa, stabilendosi a Ragogna (Ud), era stato assunto con contratto a tempo determinato (dal 7 agosto al primo settembre) dall’agenzia interinale Tempi Moderni, in somministrazione di lavoro alla Friul Montaggi, con la qualifica di operaio e per la mansione di manutenzione impiantistica: dunque, era al suo primo giorno lavorativo per la nuova impresa.

La vittima: Donato Maggi

Le indagini condotte dagli esperti della Struttura complessa di “Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro” dell’Asl 5 Friuli Occidentale hanno mostrato come il lavoratore, però, non avesse alcun attestato di formazione specifica in materia di sicurezza sul lavoro e non vi fossero evidenze circa l’avvio ai relativi corsi: nel suo contratto di assunzione l’allegato relativo all’identificazione dei rischi per la salute non era compilato in alcuna voce di rischio e, soprattutto, la sua esperienza nel settore delle manutenzioni era limitata a due mesi di attività.
Circostanze che forse imporrebbero interventi normativi sul pur prezioso e utile ambito del lavoro interinale atti a evitare che persone inesperte vengano “catapultati” in condizioni di pericolo.

Quel giorno infatti Maggi, appena giunto sul posto di lavoro, alle 7.45, venne subito mandato all’interno di una cabina di trasformazione del cementificio: l’incidente si verificò alle 8.05.

La Friul Montaggi aveva ricevuto l’incarico dalla Buzzi di realizzare una struttura atta a rimuovere il trasformatore trifase posto all’interno della cabina: come da sopralluogo effettuato il giorno precedente, avrebbe dovuto visionare la parte sottostante del pavimento flottante rimuovendo alcune mattonelle e prendere le misure onde decidere la metodologia e realizzare eventuali strutture per la rimozione del trasformatore, programmata per il 16 agosto.

Sempre secondo la ricostruzione dell’avvocato che rappresenta la famiglia della vittima, Trevisan, che doveva occuparsi del lavoro con Maggi (un altro collega era stato destinato a un altro lavoro), una volta rimosse le mattonelle, ordinò al 37enne di iniziare a smontare le coperture del trasformatore che risultava ancora sotto tensione, consegnandogli chiavi inglesi e un avvitatore elettrico: un’operazione che Maggi non avrebbe dovuto effettuare, in quanto la convenzione con la Buzzi riguardava lavori unicamente di natura meccanica e i protocolli di sicurezza di quest’ultima prevedono, in casi simili, l’intervento della propria squadra di elettricisti.

Purtroppo, di fronte all’ordine impartito dal superiore, Maggi procedette e quando Trevisan, che si era assentato per qualche minuto, tornò alla cabina, lo trovò accasciato sul trasformatore con l’addome appoggiato sui radiatori.

Inutili i tentativi di rianimarlo, anche da parte dei sanitari del Suem, subito allertati e giunti alle 8.32 dal pronto soccorso di Maniago.
Tentarono manovre di rianimazione per quasi un’ora, fino alle 9.26.

L’operaio era andato in arresto cardio circolatorio, come confermato dall’autopsia disposta dal Pm e affidata alla dott.ssa Barbara Polo Grillo: alle operazioni peritali, come consulente di parte per la famiglia, ha partecipato anche la dott.ssa Elisa Polonia messa a disposizione da Studio3A-Valore Spa.

Ora, la richiesta di andare a processo per Trevisan e, in quanto datore di lavoro, per Bertoia, accusati di aver causato la tragedia “per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia nonché violazione delle norme disciplinanti la prevenzione degli infortuni sul lavoro”.

A Trevisan, in particolare, si imputa di “aver adibito il lavoratore a svolgere un lavoro non elettrico in prossimità di parti in tensione”; a Bertoia “di averlo adibito a svolgere un lavoro in un contesto (una cabina elettrica) del quale disconosceva i pericoli potenziali nonché i rischi specifici che connotano i lavori di manutenzione impiantistica, nonché senza averlo informato e formato prima dell’avvio della mansione”.

Significativa, da parte del sostituto procuratore, la chiamata in causa anche dell’impresa in quanto soggetto giuridico.

Maggi, oltre alla moglie Elisa, ha lasciato nel dolore anche i genitori Anna e Angelo e i fratelli Antonella e Daniele.

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