Venezia

Jesolo/La 19enne Mirita ha vinto: almeno per ora potrà rimanere in Italia

Il Ministero dell’Interno ha fatto “ammenda”, rilasciando l’agognato permesso di soggiorno che all’inizio la Questura di Venezia le aveva negato.
Nonostante la 19enne serba sia in cura ad Udine per una grave patologia, la Questura aveva respinto la sua domanda.
Ora Mirita potrà restare in Italia e continuare le cure, grazie al ricorso accolto dal Tar del Veneto.
A presentarlo, lo Studio3A a cui Mirita si era rivolta come sua ultima speranza.

Un autentico “caso umano”, oltre che giudiziario, quello della diciannovenne di origine serba, ma residente dal 2015 a Jesolo con la sua famiglia e perfettamente integrata nella comunità: la ragazza, peraltro, nonostante i problemi di salute, ha anche proseguito i suoi studi in Italia conseguendo il diploma professionale in “Operatore della ristorazione-indirizzo servizi di sala e bar”, e seguendo le orme del papà, che lavora in un hotel della nota località balneare.

La problematica si è posta in quanto la giovane, a causa di una serie di lungaggini burocratiche, non ha potuto ottenere il permesso di soggiorno che spetta ai minori in ricongiungimento ai genitori, perdendone il diritto una volta raggiunta la maggiore età.
Tuttavia, nel gennaio 2020 la ragazza ha presentato richiesta per ottenere un permesso di soggiorno temporaneo finalizzato a cure mediche.
Mirita, infatti, è affetta da una grave sindrome malocclusiva su base scheletrica che, oltre agli aspetti estetici, è particolarmente invalidante sotto il profilo funzionale, impedendole di assumere cibi solidi: può alimentarsi solo con sostanze liquide.

Per questa patologia dal 2017 è seguita da un presidio all’avanguardia in questo settore qual è il Dipartimento di Odontostomatologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria di Udine, dov’è stata sottoposta a una lunga serie di controlli e trattamenti pre-chirurgici.
La giovane ha allegato, a supporto della richiesta di poter restare in Italia, anche l’attestazione del medico odontoiatra che la cura, la quale ha certificato come il percorso di preparazione agli interventi di chirurgia maxillo-facciale programmati avrebbe richiesto ancora un anno e mezzo e il completamento della terapia quattro.

Con sua grande sorpresa, però, la Questura di Venezia, dopo averle rilasciato un permesso provvisorio, il 21 febbraio 2020 le ha comunicato il rigetto della domanda: una decisione motivata dal dirigente dell’ufficio Immigrazione per via della già ricordata assenza del visto d’ingresso e, soprattutto, per l’asserita possibilità da parte della richiedente di continuare le cure anche nel suo Paese d’origine.

A Mirita è crollato il mondo addosso.
La ragazza e i genitori si sono rivolti alla sede di San Donà di Piave dello Studio 3A e al suo responsabile Riccardo Vizzi che, tramite i propri servizi legali, ha presentato alla Questura lagunare diverse osservazioni, confidando che rivedesse la sua decisione, ma con provvedimento del 5 giugno essa ha ribadito la sua ferma posizione di diniego.

Di fronte a quella che è parsa chiaramente una grande ingiustizia, Studio3A ha ritenuto di dover andare fino in fondo ricorrendo al Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto, con richiesta di sospensiva, contro il Ministero dell’Interno, che si è costituito.
Il ricorso ha battuto proprio sulle gravi ripercussioni per la salute dell’assistita nel caso in cui fosse stata costretta a lasciare il Paese e interrompere le terapie a cui si stava sottoponendo con successo a Udine (“L’eccezionalità della situazione non può che consentire la permanenza della paziente sul territorio italiano – conclude l’atto – proprio per concludere le sue cure e ciò in quanto l’allontanamento delle strutture ospedaliere italiane comporterebbe con certezza la perdita dei risultati sin qui conseguiti e l’aggravamento delle patologia monocclusiva”), ponendo anche l’accento sull’inadeguatezza dei trattamenti che invece rischiava di trovare all’estero e sulle verifiche superficiali effettuate dalla Questura circa l’offerta di valide cliniche alternative in Serbia, oltre che sull’importanza della vicinanza della famiglia anche nel percorso terapeutico.

Osservazioni accolte in pieno dalla terza sezione del Tar.
I giudici, nell’ordinanza emessa l’11 settembre 2020, che vale la pena di riportare per esteso in ragione della sua “profondità”, hanno ritenuto fondato il “difetto d’istruttoria relativo al diniego, considerato quanto attestato dal medico curante con riferimento alla gravità della malocclusione, all’importanza del supporto familiare e ai possibili pregiudizi per la salute della ricorrente, dato anche che si è giunti all’apice di un percorso terapeutico durato anni che richiede un’alta qualifica di preparazione e mezzi di elevato livello tecnologico, sicuramente garantiti in Italia.

E considerato anche che la Questura sul punto si è limitata a riportare che l’Ambasciata italiana ha comunicato un elenco di strutture che si trovano a Belgrado “specializzate nel trattamento della patologia di cui è affetta la ricorrente”, ma non è stata effettuata alcuna valutazione sul grado di affidabilità e sul livello tecnico delle cure che tali centri dicono di fornire e sulle eventuali ricadute in concreto, in termini di grave pregiudizio per la salute della ricorrente, dell’interruzione in questa fase del percorso terapeutico da tempo avviato in Italia. Né è stato oggetto di specifica valutazione il pregiudizio, anche in termini di ricaduta sulle condizioni di salute, che subirebbe la ricorrente per effetto dell’allontanamento dal suo nucleo familiare, che risiede interamente in Italia e che le ha fornito e fornisce un costante e importante supporto affettivo, psicologico e materiale”.

Il Tar ha accolto l’istanza cautelare, sospendendo il provvedimento che negava il rilascio del permesso di soggiorno, e fissando l’udienza di merito per il 2 dicembre 2020. Ma non ce n’è stato bisogno perché il Ministero è tornato sui suoi passi e, in autotutela, alla fine ha rilasciato l’agognato permesso, ragion per cui i giudici del Tribunale Amministrativo, presone atto, hanno dichiarato cessata la materia del contendere. Mirita potrà restare in Italia, con i suoi genitori, fratelli e sorelle, e continuare a curarsi. Per lei è stato il più bel regalo di Natale di sempre.

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