Pordenone

Al via il 15 giugno il processo per la morte dell’operaio folgorato al cementificio di Fanna

E’ in programma per il prossimo 15 giugno, al Tribunale di Pordenone, l’udienza preliminare del processo per la morte sul lavoro di Donato Maggi, l’operaio deceduto al cementificio di Fanna, al suo primo giorno di lavoro (interinale) per conto della Friul Montaggi, ditta incaricata di alcuni interventi nel cementificio.
Il 37enne morì folgorato il 7 agosto del 2018, pochi minuti dopo l’inizio del turno.

Al procedimento penale nei confronti dei vertici dell’azienda, lo Studio 3A che segue la famiglia della vittima preannuncia ora l’intenzione di costituirsi parte civile.
Anche perchè, commentano ilegali con amarezza, dalla Friul Montaggi e dalla sua compagnia assicurativa, Generali, non è arrivata alcuna offerta risarcitoria.
Nemmeno un piccolo gesto simbolico, come una partecipazione alle spese funerarie, cosa che in questi casi accade se non altro per allegerire la posizione degli imputati.

Maggi, che era originario di Carosino (Taranto), e che, dopo essersi sposato, da soli cinque mesi, si era stabilito a Ragogna, era stato assunto con contratto a tempo determinato (dal 7 agosto al primo settembre) dall’agenzia interinale Tempi Moderni, in somministrazione di lavoro alla Friul Montaggi srl di Porpetto (Ud), con la qualifica di operaio e per la mansione di manutenzione impiantistica: dunque, era al suo primo giorno lavorativo per la nuova impresa.

Come però è emerso dalle indagini condotte dagli esperti della Struttura complessa di “Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro” dell’Asl 5 Friuli Occidentale, il lavoratore non aveva alcun attestato di formazione specifica in materia di sicurezza sul lavoro e non vi erano evidenze circa l’avvio ai relativi corsi: nel suo contratto di assunzione l’allegato relativo all’identificazione dei rischi per la salute non era compilato in alcuna voce di rischio e, soprattutto, la sua esperienza nel settore delle manutenzioni era limitata a due mesi di attività.

Circostanze che imporrebbero interventi normativi anche sul pur prezioso e utile ambito del lavoro interinale atti a evitare che persone inesperte vengano “catapultate” in condizioni di pericolo.

La vittima: Donato Maggi

Quel giorno infatti Maggi, appena giunto sul posto di lavoro, alle 7.45, viene subito mandato all’interno di una cabina di trasformazione del cementificio: l’incidente si verificò alle 8.05.
La Friul Montaggi aveva ricevuto l’incarico dalla Buzzi di realizzare una struttura atta a rimuovere il trasformatore trifase posto all’interno della cabina: come da sopralluogo effettuato il giorno precedente, il personale della ditta avrebbe dovuto visionare la parte sottostante del pavimento flottante togliendo alcune mattonelle e prendendo le misure onde decidere la metodologia e realizzare eventuali strutture per la rimozione del trasformatore, programmata per il 16 agosto.

Dionisio Trevisan, 69 anni, di Precenicco, dirigente e responsabile del cantiere, che doveva occuparsi del lavoro con Maggi (un altro collega era stato destinato ad altra attività), una volta tolte le mattonelle ordinò al 37enne di iniziare a smontare le coperture del trasformatore che risultava ancora sotto tensione, consegnandogli chiavi inglesi e un avvitatore elettrico: operazione che però non solo Maggi ma nessun dipendente della Friul Montaggi avrebbe dovuto effettuare, in quanto la convenzione con la Buzzi riguardava lavori unicamente di natura meccanica e i protocolli di sicurezza di quest’ultima prevedono l’intervento da parte della propria squadra di elettricisti ogni qual volta sia necessario compiere interventi anche ispettivi su impianti normalmente in tensione, come nello specifico.
Sul trasformatore inoltre campeggiava una targhetta con su scritto “Prima di togliere le protezioni accertarsi che il trasformatore sia staccato dalla rete di alimentazione”.

Purtroppo Maggi, di fronte all’ordine impartito dal superiore, procedette, e quando Trevisan, assentatosi per qualche minuto, tornò alla cabina, trovò l’operaio accasciato sul trasformatore con l’addome appoggiato sui radiatori.
Inutili i tentativi di rianimarlo, anche da parte dei sanitari del Suem giunti dal pronto soccorso di Maniago.
Tentarono di rianimare il 37enne per oltremezz’ora, senza successo.

Maggi, come accertato dall’autopsia, morì per l’arresto cardio circolatorio provocato dalla forte scossa elettrica.

Il 15 giugno andranno a giudizio per il reato di omicidio colposo aggravato Dionisio Trevisan e Aldo Bertoia, 51 anni, di Latisana, in quanto titolare di fatto e datore di lavoro, accusati di aver causato la tragedia “per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia nonché violazione delle norme disciplinanti la prevenzione degli infortuni sul lavoro”.

A Trevisan, in particolare, si imputa di “aver adibito il lavoratore a svolgere un lavoro non elettrico in prossimità di parti in tensione”; a Bertoia “di averlo adibito a svolgere un lavoro in un contesto (una cabina elettrica) del quale disconosceva i pericoli potenziali nonché i rischi specifici che connotano i lavori di manutenzione impiantistica, nonché senza averlo informato e formato prima dell’avvio della mansione”.

Significativa, da parte del Sostituto Procuratore, la chiamata in causa nel processo anche dell’impresa in quanto soggetto giuridico, motivo che a maggior ragione avrebbe dovuto spingere Friul Montaggi e la sua assicurazione a dare un segnale di collaborazione e di volontà di risarcire il danno in vista dell’udienza preliminare.
Ma in questi mesi, nonostante tutti i tentativi di Studio3A di trovare una soluzione stragiudiziale nell’interesse dei propri assistiti, dalla controparte sono arrivati solo dinieghi.

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