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La volpe distratta

Il vero limite di Ponte Morandi

Il fatto è che fino agli anni ‘80 non c’era la sensibilità per gli aspetti manutentivi e sostenibili delle opere edili.
Si pensava più alla funzione o alle capacità dell’ingegneria di riuscire a vincere le scommesse avanguardistiche sfidando i limiti via via raggiunti.

Non si può quindi parlare di colpe progettuali nel viadotto Polcevera, progettato da un ingegnere, Morandi, che negli anni ‘60 e ‘70, era considerato un geniale progettista innovatore che assieme a pochi altri europei modificò la concezione dei ponti nel mondo.
D’altro canto è sbagliato difenderne ad oltranza le scelte, in nome della fama che ebbe, omettendo di sottolineare i limiti delle decisioni progettuali di quest’opera.

Due sono gli aspetti da prendere in considerazione in via principale: da un lato la conoscenza incompleta o insufficiente del comportamento del c.a. (cemento armato) e del c.a.p. (cemento armato precompresso), che si è potuta in buona parte sviluppare proprio a seguito delle osservazioni empiriche elaborate nel tempo.

In secondo luogo la responsabilità e la sensibilità verso l’ambiente, acquisite solo in tempi recenti, che hanno incominciato a farci riflettere su ciò che succede durante e dopo la vita dei manufatti ingegneristici ed edilizi.
Ogni opera deve nascere, crescere ed eventualmente morire sotto l’egida della SOSTENIBILITÀ.

È, quest’ultimo, un termine sul quale porre attenzione perché governa non solo il corretto costruire, ma anche l’operatività in ambito industriale, così come nei settori primari (agricoltura, allevamento, attività estrattiva mineraria, ….) e tutto quanto deriva dalla trasformazione umana.
Ciò significa – per tornare al nostro ambito – che l’opera costruita deve essere economica e cioè deve avere costi relativamente bassi, in fase di realizzazione, ma non solo! Deve anche avere costi di gestione contenuti durante tutta la sua vita ed essere facilmente smaltibile alla fine della sua esistenza.

Provo a chiarire con un paio di esempi concreti: il ponte di Calatrava a Venezia, costoso oltre misura tanto nella costruzione quanto nella gestione, viziato da scelte progettuali che rivelano la totale incuranza rispetto alla particolarità e alla delicatezza del contesto.
Oppure ancora: la casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright negli USA, dove l’ardito uso del cemento armato, senza una conoscenza sufficiente da parte dell’illustre architetto, ne hanno pesantemente condizionato i costi di ristrutturazione e ne rendono difficile la conservazione.

Questo importante requisito, la sostenibilità, il ponte Morandi non lo contempla e ciò costituisce il suo limite principale. Il pregevole gesto ingegneristico, l’azzardo progettuale che hanno contribuito a rendere famoso l’ingegnere romano in tutto il mondo, non valgono da soli a rendere onore alla sua realizzazione.

I costi di manutenzione, infatti, hanno cominciato ben presto a pesare gravemente sul bilancio di gestione del viadotto, oltre alle difficoltà pratiche degli interventi, resi difficili dal fatto che il viadotto ‘scavalca’ l’alveo del torrente Polcevera, la ferrovia ed una miriade di costruzioni sottostanti, molte delle quali già presenti all’apertura del cantiere negli anni sessanta. Di più: ora che si rende necessario demolire un tratto dell’opera per ragioni di instabilità statica, si evidenziano i problemi causati dalla difficoltà di muoversi e agire nelle aree sottostanti.

L’attività di manutenzione non ha una regolamentazione precisa in fase di progetto e questo determina una dispersione delle responsabilità in caso di contenzioso, vale a dire: i controlli e le manutenzioni andavano fatti, erano in parte stati fatti, si stavano facendo, si sarebbero fatti….. Tutto appare poco chiaro e nelle pieghe dell’incertezza sfumano i colpevoli e sguazzano i furbi.

Circa duemila anni fa un tal Vitruvio individuava come appartenente all’architettura ogni manufatto rispondente ai tre requisiti di firmitas, venustas ed utilitas.
Nulla di più attuale! La triade vitruviana è indubbiamente ancora un ottimo parametro di riscontro – pur in una rilettura moderna del significato dei singoli termini – da verificarsi anche per costruzioni complesse come il ponte Morandi.

Se la firmitas, ovvero la solidità, si verifica grazie ai calcoli statici, che presuppongono la robustezza del costruito anche rispetto agli agenti esterni (eventi climatici, corrosione) oltreché ai carichi d’esercizio, la venustas, cioè la bellezza, richiede non solo armonia delle forme in sé, ma anche rispetto al contesto umano, ambientale e alla dimensione dell’utilizzo. Niente silouette slanciate, sterilmente generate da narcisismo progettuale, ma piuttosto bellezza derivante dalla indissolubile connessione tra funzionalità ed economia, come accade nella goccia d’acqua il cui meraviglioso inviluppo scaturisce dalla necessità delle molecole di disporsi secondo la minima superficie geometrica possibile in relazione al suo volume.

Il terzo parametro, l’utilitas, non si banalizza nel mero significato di utilità in senso stretto, ma si estende alla dimensione ambientale e spazio-temporale. Cioè a dire il viadotto Morandi non esaurisce la sua mansione nel traghettare il traffico da una riva all’altra del Polcevera, ma deve essere altresì gestibile nel tempo della sua vita, quindi economicamente sostenibile. Poi, una volta terminata la sua funzione deve essere agevolmente smaltibile per non costituire un mostro ecologico in abbandono oppure essere adattabile a qualsivoglia differente destinazione d’uso.

Quello dello smaltimento delle costruzioni edili in disuso costituisce forse una delle questioni più difficili da risolvere, ma nel futuro potremmo anche ottenere risultati sorprendenti.
È ciò che dev’essere successo anche in qualche antica civiltà marziana, divenuta così perfetta da esser riuscita a smaltire ogni suo manufatto, anche il più grandioso.
Ecco perché non ne troviamo traccia!

Ponte Morandi

Questa rubrica ospita, in qualità di “battitore libero” Laura Bona, architetto di Treviso, appassionata di arte ed architettura storiche. Si occupa di immobili a destinazione produttiva, ma anche di vino.

Ha curato per alcuni anni uno spazio radiofonico settimanale dedicato all’architettura in tutte le sue possibili declinazioni, in onda su Top Radio.

Su Giornale Nord est Laura sarà il nostro occhio curioso sul mondo.

Laura Bona

8 commenti

  1. Essenziale ed esaustivo nelle spiegazioni

  2. Molto chiaro nello spiegare tanti perché altrimenti ingiustificabili

  3. Sergio Mari Casoni

    Grazie Laura.

  4. Articolo molto interessante e chiaro. Ci aiuta a riflettere, grazie!

  5. Jean Le Canesten

    A me piace molto la pettinatura, tipica di chi usa anche i pesticidi come shampoo e balsamo.
    Laura 100% OGM..:j’adore!

  6. Quindi l’unica differenza tra bio e non rimane il bruco.
    Visto il costo (del bruco – la mela è sempre quella) sarebbe opportuno considerarlo alimentarmente, le ricette non mancano. Perché perdere un’opportunità così golosa per allinearci o addirittura surclassare l’Oriente tanto avanzato? Attendiamo i suggerimenti per come servirlo, sempre con l’italica attenzione all’estetica!

  7. Complimenti!!!! Articolo estremamente chiaro che apre gli occhi su una verità non certo sconosciuta agli operatori nello specifico settore. Da diffondere

  8. Articolo alquanto determinato in un’unica direzione. Difficilmente condivisibile in toto anche se alcune osservazioni sono appropriate. Comunque brava (nell’accezione inglese). 😁

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